Piazza Armerina

Nel cuore della Sicilia, in una terra di mezzo tra rigogliosi boschi e immensi campi di grano, riposa adagiata sul Monte Mira la città di Piazza. Un territorio caratterizzato da una magnificenza naturale tale da essere decantata da viaggiatori e scrittori che, per le sue contrade, hanno percorso i sentieri, sbalordendosi dell’ambiente incontaminato e tanto fertile da offrire alla popolazione tutto il necessario per sopravvivere. Vicina al fiume Gela, che, verso Sud, si spinge fino a sfociare nel Mediterraneo, la città di Piazza Armerina e il proprio territorio narrano le gesta di popolazioni che, nei secoli, si sono susseguite, lasciando in eredità lacerti della propria cultura, malcelata dall’avanzare della contemporaneità. Narrando di Piazza, non si può essa disunire dalla sontuosa Villa Romana del Casale, misteriosa nella proprietà, ma baluardo di pregi artistici che le hanno conferito il primato nel suo genere, incoronandola patrimonio dell’umanità. Solo a qualche chilometro dall’attuale città, la residenza tardoantica racchiude in sé i segreti di una storia ancora da ricostruire e che solo studi e ricerche sul campo potranno svelare nella sua totalità. Sotto le pendici di Monte Mangone, rigoglioso di querceti e lecceti, la Villa Romana del Casale è nata nel desiderio di voler raccogliere la pratica dell’otium, del negotium e dell’officium. Chi, tra i grandi nomi dell’aristocrazia senatoria romana, scelse quella piccola vallata agli inizi del IV secolo d.C., lo fece con l’intenzione di amministrare un grande latifondo, Philosophiana, di cui era proprietario assoluto e dal quale poté ricavare grandi proventi. Vicina, a meno di cinque chilometri a Sud, all’Itinerarium Antonini, nell’arteria che collegava Agrigento e Catania, la Villa fu al centro dei grandi flussi commerciali. Ospiti illustri, ricchi mercanti o semplicemente coloni delle terre limitrofe venivano a rendere omaggio al potente dominus, che, dall’alto della sua autorità, il cui simbolo è la grande Basilica anticamente lastricata di marmo, faceva e disfaceva affari per il bene del suo dominio, dispensando favori e benedicendo i propri clientes. In questo scorcio di Tardo Impero la Sicilia tornò ad essere, dopo la svolta tetrarchica, il ‘granaio’ principale dell’Impero Romano d’Occidente. Ecco che le più grandi famiglie dell’Urbs si trasferirono nella provincia isolana, così vicina al Nord Africa, anch’esso territorio eletto alla nascita di residenze sontuose e privilegiate. I signori dell’epoca si rifugiarono in dimore lussuose all’interno dei latifondi di appartenenza, prima lasciate alla custodia di fidati sovrintendenti, ora anche luoghi di riposo e ozio. Il committente della Villa del Casale, in tale logica, volle preparare la sua residenza per sé e la famiglia. Un luogo agiato e consono ad accogliere la vita privata e pubblica del proprio prestigioso proprietario, che lì avrebbe trovato la pace ciceroniana di un “otium cum dignitate”, satollo di serenità, bramoso di filosofia. La Villa fu un bene comune, oltre che privato, e per chi era così fortunato da poter solcare l’ingresso monumentale, si apriva un’architettura complessa, difficile da cogliere nella sua articolata disposizione. Dalla corte porticata, in base al ruolo o all’impegno da portare a termine, o semplicemente da ospite, si poteva accedere al quartiere termale. Oppure, ci si incamminava verso il vestibolo, così da portare omaggio ai Lari del sacro sacello o procedere al peristilio, al cui centro una grande fontana borbottava flutti d’acqua, inumidendo le giornate afose delle estati siciliane. Intorno al quadriportico, delimitato da trentadue colonne di marmo, un via e vai di persone arricchiva lo scenario della residenza. Tra queste, durante i primi anni della costruzione della Villa, sarebbe stato facile poter notare qualcuno adagiato sul pavimento a incastrare attentamente minute tessere colorate, piccola parte di favolosi lavori: i mosaici. La Villa, per i piani musivi che ne decorano i circa 50 ambienti, è stata consegnata ai secoli grazie all’elevazione artistica e filosofica del proprio committente. Dalla vicina Africa il committente volle che venissero a lavorare presso la sua residenza i famosi maestri del mosaico, che, appartenenti a varie botteghe, percorrevano lunghe tratte per diffondere la propria arte da Est a Ovest del Mare Nostrum. Grazie a quelle mani, oggi la Villa conta più di 3.500 mq di mosaico. Alcuni dal disegno geometrico, più confacente a stanze di servizio, altri con ricche raffigurazioni mitologiche o di vita reale, i piani musivi del Casale restano una vera e propria antologia della civiltà e della cultura del Tardo Impero. Così, incamminandosi sul lato Nord del peristilio, si incrocia la diaeta della ‘Piccola Caccia’, il cui mosaico mostra raffigurazioni venatorie per piccola selvaggina con membri della cerchia del proprietario, raffigurato forse in tunica rossa. Scene che potevano vedersi probabilmente nel septum venationis, la zona privata di caccia dei possidenti, poco fuori la residenza. E ancora, il grande ambulacro della ‘Grande Caccia’ che, in 60 metri di lunghezza, in un viaggio geografico dalla Mauritania alla Scizia, racconta la cattura di animali destinati ai giochi circensi di Roma. In altre sale sono le donne ad essere protagoniste di alcune decorazioni musive, come le Palestriti, ginnaste che, agghindate con bracciali e cavigliere, vestite solo con strophium e subligar, si destreggiano in prove fisiche con movimenti armoniosi ed eleganti. Infine, raffigurazioni dal grande respiro letterario e mitologico. Da Orfeo ad Arione, per raccontare la forza della musica sulla natura, allo scontro epico tra Eros e Pan al cospetto di menadi e satiri nonché di alcuni appartenenti alla famiglia del dominus, che parteggiano per il dio alato, simbolo per eccellenza dell’amore puro. Ercole è, poi, il protagonista assoluto del triclinio, la sala dei grandi banchetti, durante i quali i commensali potevano deliziarsi di ricercati piatti e ripercorrere, attraverso il mosaico, le vicende del prode eroe, figlio di Giove, nella sua ascesi all’Olimpo. Mito e storia, racconti del reale e del fantastico, si mescolano in un suadente gioco di significati, in cui Salvatore Settis individuò un volere nella scelta dei temi musivi: la virtù. Secondo lo studioso, il committente dei mosaici volle imprimere una logica filosofica, e lì dove la forza della natura ostacola l’uomo, questo agisce secondo la virtù della mente, della forza o dell’arte per ammansire le forze brute del mondo. 
La Villa ebbe una storia lunga e fu, come dimostrano gli scavi archeologici degli ultimi anni, un luogo essenzialmente ‘vissuto’. Nonostante episodi di distruzione, forse dovuti a terremoti e alluvioni, la residenza, anche dopo la caduta dell’ultimo imperatore d’Occidente, continuò ad essere cuore pulsante di nuovi abitati. Prima i Bizantini, poi i Saraceni e infine le popolazioni del nord, a seguito dei Normanni, ebbero modo di conoscere gli ultimi fasti di un’architettura ormai in decadenza, depredata dei suoi tesori e dei suoi beni. Lì, molti ambienti furono ribattezzati con nuove funzioni, come il frigidarium delle terme, divenuto cimitero bizantino, o la comparsa, in alcuni ambienti, di forni per la ceramica del periodo arabo-normanno. Le popolazioni dell’Alto Medioevo costruirono a ridosso dell’antico perimetro della residenza spazi abitativi, la cui economia era basata essenzialmente sull’agricoltura. Un sacello di civiltà destinato, tuttavia, ad una conclusione improvvisa. La ricostruzione archeologica cerca di far luce e chiarisce come il borgo medioevale del Casale, durante la prima metà del XII secolo, fu interessato da gravi fatti di distruzione, naturali e non, provocando la cessazione di tutte le attività umane in quella porzione di territorio. Eppure, lì dove finisce una popolazione, prende avvio una nuova realtà sociale. Negli ultimi anni, grazie alle nuove scoperte, la storia del Casale inizia lentamente ad intrecciarsi con quella della città di Piazza. Fonti certe narrano di come, prima dell’abitato attuale sul Mira, esistesse un’antica Piazza, chiamata Placea o, in arabo traslitterato, Iblâtasah. Un nucleo abitativo distrutto nel 1161, insieme ad altri insediamenti lombardi, per volere del re Guglielmo I, detto Il Malo, affinché si sedasse la rivolta dei suoi feudatari dopo l’uccisione dell’ammiraglio Maione di Bari e la cacciata, per volere dei baroni lombardi, dei musulmani pacificati nel territorio dell’isola. Se il borgo arabo-normanno del Casale è da identificare con l’antica Piazza è solo un’ipotesi basata, tuttavia, su concrete possibilità e solo il certosino lavoro degli archeologi potrà, un domani, renderla o no una certezza. 
Abbandonati i resti dell’antica Placea, si ricostruì l’abitato, per volere dello stesso re Guglielmo I, sul già citato colle Mira – l’attuale quartiere Monte -, prosperando nei secoli come città demaniale ‘opulentissima’, probabilmente erede di tutti i casali d’epoca arabo-normanna che costellavano il territorio limitrofo. Un elemento che ancora oggi ricorda questa presenza notevole di gente del Nord, soprattutto Lombardi, giunti al seguito dei Normanni, è il dialetto gallo-italico, distillato di una parlata dalle origini francesi che Piazza condivide solo con alcuni comuni siciliani dell’entroterra.
L’impronta normanna nella fondazione di Piazza è inconfondibile: secondo la tradizione, la Chiesa di San Martino di Tours, patrono dei Normanni, fu il primo edificio, alla base del colle, ad essere innalzato come luogo sacro. La chiesa, oggi di costruzione cinquecentesca, restituisce pochi elementi del suo passato medievale, come le due porte laterali ad arco acuto con archivolto. In generale, Piazza si attestò come un abitato fortificato da mura, segno della sua rinascita, e che presto avrebbe acquisito l’energia adeguata per strapparsi un posto da protagonista nelle grandi vicende siciliane e internazionali. Nel corso del Medioevo, la città divenne crocevia dei grandi pellegrinaggi verso la Terra Santa. Il suo territorio a Est, proprio poco fuori le mura, vide l’erigersi di diversi baluardi della cristianità, frutto della presenza di importanti Ordini Cavallereschi. Tra questi, la Commenda dei Cavalieri di Malta, situata poco fuori le antiche mura cittadine orientali, a ridosso del luogo dove sorgeva Porta San Giovanni. Secondo uno dei principali storici dell’Ordine di Malta, Marullo di Condojanni, la Commenda di San Giovanni Battista di Piazza fu, insieme alle Case Ospedali di Messina, Siracusa e Lentini, una delle più antiche domus hospitalis di Sicilia. Struttura austera e imponente, databile al XII secolo e definita dallo studioso Walther Leopold un esempio di architettura arabo-normanna, la Commenda, attiva fino al Settecento, diede i natali spirituali ad illustri esponenti dell’Ordine, come il piazzese Vincenzo Crescimanno, che per ben due volte, tra il 1657 e il 1660, fu coinvolto direttamente nell’elezione dei Gran Maestri dell’Ordine, onorato della carica di Supremo Comandante delle forze navali della Lingua d’Italia. 
La Commenda fu testimone, nei secoli successivi, di nuovi e terribili fatti che coinvolsero la città nella Guerra del Vespro (fine XIII sec. - inizi XIV sec.), posta d’assedio dalle truppe di Roberto d’Angiò, duca di Calabria. Gli Ospedalieri, secondo quanto narrano le fonti, accolsero nella propria struttura i sudditi ribelli, capitanati da Roberto Rosso e Bernardino Caldarera. In una battaglia feroce nella vallata sottostante il presidio gerosolimitano, i piazzesi, sostenuti tanto dai frati-guerrieri quanto da un reparto di cavalleria guidato da Palmerio Abate e da Guglielmo Calcerando, inflissero una dura sconfitta all’esercito francese, costringendolo alla ritirata. 
Piazza si distinse persino come crogiuolo di etnie differenti. Il quartiere Canali, più basso rispetto al nucleo centrale della città e caratterizzato tutt’oggi da un impianto urbanistico caotico e disarticolato, ospitò una giudecca ebraica, attiva e prosperosa fin dai primi anni del XV secolo. Il quartiere ebraico si sviluppò nei pressi dell’attuale chiesa di Santa Lucia, che, a quei tempi, si presentava come sinagoga. Una testimonianza più chiara riguardante la giudecca di Piazza è offerta da un documento del 9 Marzo 1469, dove si registra l’ordine del vicerè Durrea al Proto di mandare a Palermo alcuni delegati per ricevere istruzioni su materie di “regio servizio”, con lo scopo di raccogliere i fondi per pagare il donativo al re. La giudecca di Piazza era tassata per 8 onze, laddove nel 1464 era stata tassata per appena 3 onze, 15 tarì e 7 grani. Con l’avvento dell’età Moderna, Piazza subì, nel 1492, il decreto di re Ferdinando II d’Aragona, con il quale obbligava la fede in Cristo come unico credo ammissibile nei suoi regni, realizzando difatti l’espulsione di tutti gli Ebrei che non si fossero convertiti. Coloro i quali, a Piazza, vollero mantenere la fede dei Padri, furono costretti ad esiliare, abbandonando i propri beni, che, ad espulsione avvenuta, ammontarono a circa 500 onze, 29 tarì e 20 grani.
Piazza, scardinando le ultime tracce di commistione con altre fedi, ebbe ad identificarsi come uno dei poli cristiani più ferventi della Sicilia. Le Istituzioni religiose imposero i propri ritmi con una presenza capillare di chiese e conventi. Oltre al potente clero, tanti e vari ordini religiosi crebbero in potenza e ricchezza, amministrando vaste proprietà con la benedizione delle autorità politiche e nobiliari della città. Teatini, Agostiniani, Benedettini, Francescani, Domenicani, Carmelitani e altre realtà monastiche furono gli attori principali di un accerchiamento religioso della popolazione. Chiese e conventi, a volte decadenti e fantasmi della loro precedente gloria, disperdono l’energia dell’arte sacra tra vicoli o strade principali, imprimendo enfasi a dogmi e culti da destinare al popolo. Le immagini, si sa, furono più forti che qualsiasi lettura, soprattutto per istruire e stupire i più umili. Fu su tale premessa che dovette meditare Angelica Cremona, badessa del convento delle Benedettine, per la scelta decorativa delle pareti della Chiesa di San Giovanni Evangelista. Grazie a una cospicua donazione, la suora convocò, nel 1721, il famoso pittore fiammingo Guglielmo Borremans, il quale, insieme ai suoi allievi, affrescò tutte le superfici dell’ambiente, imbastendo una sublime architettura pittorica, colorata e narrativa, su temi biblici, evangelici e agiografici. 
Alla Chiesa è da attribuire anche un massiccio contributo negli studi e nelle ricerche. Ad esempio, si deve ai Gesuiti la costituzione nel 1692 dell’Università degli Studi o Seminario di Piazza, entro cui poter istruire i giovani della città alle scienze umanistiche e teologiche.  Il Collegio della Compagnia di Gesù, oggi sede della Biblioteca Comunale ‘A. e R. Roccella’, godette di grande fama come baluardo di cultura. Ancora oggi, nelle vetrine della sala antica del centro bibliografico, è possibile scoprire e rileggere testi di filosofia, botanica, medicina, zoologia: veri scrigni dei primi cenni di scienza. C’era chi amava gettarsi negli studi certosini di testi e fonti, come Giovanni Paolo Chiarandà, rettore del Collegio tra la prima e la seconda metà del Seicento, uno dei primi studiosi a trattare la storia di Piazza. Ma ci fu chi, armandosi di coraggio, preferì l’extra moenia armerino, viaggiando persino in Oriente. Il gesuita piazzese Prospero Intorcetta, recatosi nella regione cinese dello Jiangxi, fu il primo europeo a tradurre in latino le opere di Confucio, trasmettendo la propria passione per la filosofia cinese in una pubblicazione del 1662.  
Se durante tutto il Seicento, la Chiesa progredì nel suo dominio sulla città in un equilibrio sano con le istituzioni cittadine, dal 1711 gli organi ecclesiastici di Piazza dovettero fronteggiare una situazione tragica e scomoda: la Controversia Liparitana, che pose il Regno di Sicilia in contrapposizione con la Santa Sede per questioni di autorità e potere. In ballo ci fu la legittimità della “legatia apostolica”, che, di fatto, fin dal tempo dei Normanni, garantiva ai sovrani il pieno potere sulla Chiesa siciliana. Nata per futili motivi di carattere giudiziario, la Controversia Liparitana creò malumori e diede impulso alla casta clericale per rimettere in giudizio la legittimità di quel diritto reale. Se da un lato i canonici ‘ribelli’ iniziarono a creare disfunzioni nei servizi religiosi destinati al pubblico – ad esempio non celebrando messa -, dall’altro il re agì di forza, ponendo persino agli arresti chi si opponeva alla propria autorità. 
Uno scontro aperto, entro cui le forze politiche di Piazza, patteggiando per il sovrano, si scateneranno in una caccia spietata al talare. I religiosi della città non furono da meno e fecero leva sull’unico mezzo a loro disposizione: la fede del popolo. Un manoscritto anonimo, custodito nella Biblioteca Comunale, riporta un episodio esemplare e dai tratti quasi favolistici. Nel 1715, tutta la Compagnia d’armi della Val di Noto, capeggiata dal Capitano Giovanni Mendoza, fu posta a scomunica per aver reso operative le sentenze regie nei confronti del clero. Tra i soldati dell’ufficiale militava un cittadino piazzese: Mariano Santangelo, soprannominato ‘Malerba’. Deceduto, fu seppellito, pur scomunicato, nella Chiesa di San Giuseppe. Voce di popolo - riporta l’autore del manoscritto - volle che si sentissero i “lamenti” del cadavere. Fatto misterioso e sinistro, che gettò nello sgomento i cittadini. L’anonimo lascia intendere che il fatto era solo una nuova manovra dei preti per delegittimare il potere secolare del governo e sottolineare l’importanza, per ciascuno, di vivere sotto la benedizione della Chiesa. Infatti, di lì a poco, nel 1719, alloggiando a Piazza il Vicario foraneo di Palermo don Giovanni Rizzari, questi si vide recapitare una richiesta dai prelati don Gaetano Loreto e don Giovanni La Porta, che, in spirito di carità, chiedevano di poter riesumare il corpo del defunto e impartirgli la benedizione, affinché potesse riposare in pace. Concessa l’autorizzazione, i preti operarono l’intervento a porte aperte, affinché potesse essere visibile a tutti quel che accadeva. Disseppellito il Malerba, il canonico La Porta, affiancato dal collega e accostatosi al viso del defunto, ragguagliò la folla presente di sospiri e lamenti bassi provenire dalla bocca del soldato. Applicata la benedizione, il prete chiese al cadavere di rivelargli qualche altro desiderio. Ma quello, in base alla testimonianza del prelato, sospirò un placido ‘niente’, finalmente in pace.   
Nonostante i gravi fatti dei primi del Settecento, la Chiesa poté comunque esercitare un’autorità forte sulle dinamiche sociali di Piazza, mantenutasi, nella sua essenza, una città cattolica. Erano soprattutto le famiglie nobili, grandi feudatarie di terre nelle contrade limitrofe all’abitato, a supportare le istituzioni religiose, entro cui spesso militavano i propri figli e parenti. 
La famiglia nobile più importante fu quella dei Trigona, che il Mugnos e il marchese di Villabianca concordano nel ritenerla discendente dal duca Salardo dei Monti Chiri in Svezia, la cui dinastia ereditò il castello di Trigonne in Piccardia, dal quale trarrebbe origine il cognome. Durante i secoli, i Trigona si mostrarono sempre tenaci e forti nella loro scalata civile e sociale, usufruendo soprattutto dei matrimoni d’interesse, volti a consolidare e arricchire il loro patrimonio familiare. I Trigona, alla fine del XV secolo, erano essenzialmente nobili di basso rango e di condizioni agiate, che investivano il loro denaro in affitti di feudi appartenenti a nobili di rango superiore. La famiglia quindi faceva parte di quel patriziato cittadino che costituiva il ceto emergente della società siciliana del tempo. Lentamente, secolo dopo secolo, questa politica di ramificazione familiare portò i Trigona a instaurare rapporti con la casa reale e a incamerare sempre più rendite, divenendo di fatto un perno propulsore nella società siciliana dell’Entroterra. La presenza della famiglia a Piazza è tangibile e ben rappresentata dal Palazzo Trigona della Floresta, attualmente sede degli uffici del Museo Regionale della Villa Romana del Casale. L’edificio, sito in piazza Duomo, un luogo prominente sulla città, fu costruito per volere di Matteo e Ottavio Trigona, negli anni che vanno dalla fine del XVII alla prima metà del XVIII secolo. Nella memoria cittadina è vivido ancora il ricordo di Marco Trigona che, alla morte, avvenuta nel 1598, volle donare tutti i suoi beni alla Chiesa Madre, rendendola Sua Heredi Universali. Grazie a questa donazione, si poté realizzare un complesso ecclesiastico dedicato a Maria SS. delle Vittorie, che andò a sostituire la vecchia fabbrica, di cui oggi resta solo la torre campanaria in stile gotico-catalano. Oggi è possibile ammirare una maestosa Cattedrale, di fianco al Palazzo Trigona, costruita su un progetto di Orazio Torriani e completata il 22 ottobre 1742. Nel corso degli anni, i Trigona modificarono notevolmente l’edilizia della città, promuovendo la costruzione di palazzi ancora visibili e per lo più situati nell’attuale zona del quartiere Monte. Una mappa della città, disegnata verso la fine del XVII secolo, evidenzia trentadue palazzi cospicui di cui almeno diciotto risultano intestati a vari membri della casata dei Trigona.
Piazza, per concludere, è una città di “storie” che vanno ad intersecarsi tra loro, offrendo al visitatore tutta la memoria cronologica del centro Sicilia. Percorrendo le strade del centro storico ci si ritrova a respirare di un’atmosfera asserragliata nel tempo, bloccata nei voleri e desideri degli antenati che alla città sacrificarono impegno e offrirono onori. Piazza è un aforisma della Storia, là dove, chiudendo gli occhi, si può desiderare di viaggiare nei secoli.